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Per seguire il nostro itinerario:

http://www.turistel.cl/v2/secciones/mapas/ruteros/aisen.htm

 

il vento, dal cielo, gettava ghiaccioli ai pantani. Arthur Rimbaud

 

La traversata da Villa O’Higgins al Lago del Desierto è uno dei momenti di pura avventura di questo viaggio. Al

fondo della Carretera Austral, là dove il Campo de Hielo Sur costituisce una barriera naturale insuperabile, una

via di passaggio è stata scoperta dai ciclo-nomadi negli ultimi anni. Osservando la cartina stradale del Cile è

straordinario pensare che alla fine della strada,attraverso la natura selvaggia e pressochè intatta esista una porticina

che permette il passaggio di vagabondi a piedi o in bicicletta. Quattro anni fa il lago era attraversato dalla barcaza

di Pirincho, un lupo di mare (anzi di lago!) burbero e scontroso come nelle leggende di tanto tempo fa. La sigaretta

appesa ad un angolo della bocca e il viso contorto in una smorfia per il fumo che gli sale agli occhi, il vecchio Pirincho

salpava due volte al mese, quando decideva lui, secondo il vento e il suo umore. Da quest’anno una nuova compagnia

effettua la traversata con una nuova imbarcazione e le partenze sono più frequenti e soprattutto regolari, il business

ha prevalso sul romantico spirito da ultima frontiera. Il traghetto ci lascia a Candelario Mancilla, un puesto de Carabineros,

sulla sponda meridionale del lago O’Higgins.

 

         

 

Ho già percorso questo settore e quindi ne conosco le difficoltà. Decidiamo di affidare i bagagli a Ricardo, un colono

che vive in questa landa isolata. Da ormai qualche anno arrotonda le sue entrate durante l’estate trasportando i bagagli

dei turisti. Un cavallo trasporta i bagagli di due persone al prezzo di 10.000 pesos cileno (circa 16 €). Tre anni fa il solerte

Ricardo attendeva i passeggeri all’arrivo del traghetto, oggi invece occorre andare a cercarlo a casa sua. Mi accompagna

Antonio, un giornalista spagnolo in viaggio col suo zaino. Dobbiamo arrivare sul lato argentino entro le 18.00 per non

mancare la barca che attraversa il Lago del Desierto. Ricardo si fa pregare, credo che la stagione sia stata proficua ed è

restio a voler lasciare il tepore della stufa. Antonio gli chiede di accellerare i tempi e Ricardo, visibilmente irritato, si

appoggia allo stipite della porta e gli risponde che non è quello il modo di trattare con la gente del luogo. Il vocabolo

accellerare gli è sconosciuto e intollerabile. Concludo io la trattativa con tutta la diplomazia di cui sia capace, lasciamo

i bagagli al posto di frontiera e partiamo con le sole biciclette.

 

         

 

Sul lato cileno ci sono 23 km di mulattiera, buona parte in salita, da percorrere. Dopo due ore di sforzo sotto la pioggia

arriviamo al ponte crollato, occorre attraversare il fiume a piedi. L’acqua è gelida e arriva alle ginocchia, i sassi sul fondo

sono scivolosi e la corrente non facilita il guado. Isabelle ha tolto le scarpe ed esce dall’acqua con i piedi viola dal freddo.

Io attraverso due volte portando le biciclette, con le scarpe ai piedi per non scivolare. Il confine è distante un paio di km,

marcato da due cartelli colorati e sul lato argentino si segue un sentiero tra i boschi. Occorre attraversare più volte un

torrente su dei tronchi ed è un sollievo non avere la bicicletta carica. Arriviamo al posto di frontiera argentino, timbriamo

i passaporti, la barca è pronta a partire, ma mancano i nostri bagagli. Ricardo ha preso la cosa con calma e ci fa perdere

l’imbarcazione, il vero problema è che non ci sarà trasporto per i prossimi due giorni. Decidiamo di pagargli solo due cavalli

su tre e ci sistemiamo nel rifugio gestito dai gendarmi argentini, accendiamo la stufa e passiamo una confortevole serata.

Il giorno dopo decidiamo di tentare il sentiero che costeggia il Lago del Desierto invece di attendere due giorni.

 

         

 

Antonio, a piedi con il suo zaino, impiegherà circa quattro ore, noi con le biciclette cariche impiegheremo due giorni !!

Il sentiero è impegnativo, dobbiamo smontare le borse e per percorrere 500 metri occorrono tre viaggi.. Il tempo passa

e ci rendiamo conto di esserci messi in un piccolo pasticcio. Cédric e Laurent, gli altri due ciclisti, non avendo scorte

alimentari, decicono di lasciare le bici in mezzo alla natura e di raggiungere il campeggio all’estremità opposta del lago.

Torneranno indietro domani mattina a recuperarle. Isabelle ed io abbiamo viveri a sufficenza per un bivacco notturno

quindi continuiamo il nostro penoso incedere. Verso la fine del pomeriggio, un poco annebbiati dalla fatica, prendiamo

il sentiero sbagliato e ci ritroviamo al mirador Ramirez, un luogo favoloso per campeggiare ma una lunga e faticosa

deviazione. Prima che il sole tramonti cerco di ritrovare il giusto cammino e in un boschetto vedo delle orme di puma,

 

         

 

cosa che nasondo a Isabelle per non preoccuparla. Inizia a piovere, tira vento e fa freddo, siamo in un punto isolato, con

un puma che forse passeggia nei paraggi ma siamo soprattutto stanchissimi, ceniamo e ci abbandoniamo al dolce tepore

dei nostri sacchi-letto. Dopo una notte passata in questo luogo selvaggio decidiamo anche noi di caricarci i bagagli e di 

lasciare le biciclette. Dopo una mezz’ora di cammino incontriamo i due ciclisti che tornano a recuperare le loro biciclette.

Cédric si è fatto prestare un grosso zaino per aiutarci a trasportare le borse, merci beaucoup. Raggiungiamo finalmente la

Punta Sur, Isabelle è esausta, la lascio al campeggio a riposare, mentre io torno a recuperare una delle due biciclette. Inizia

una specie di corsa contro il tempo e contro me stesso, sono stanco ma sento delle energie nervose pazzesche. Un’ora e

 

         

 

mezza per ritornare al luogo dove avevamo trascorso la notte, un’ora per trasportare entrambe le biciclette in un punto più

agevole e sul giusto sentiero e due ore per rientrare al camping Glaciar Huemul. Il peggio è passato, siamo al caldo, abbiamo

cibo e vino a volontà, è stata una follia ma una dolce allegria ci pervade, posso raccontere delle orme di puma osservate nel

boschetto! L’indomani parto all’alba per recuperare la seconda bicicletta, quando torno Isabelle e Cédric stanno preparando

una colazione a base di pane, uova e bistecche. Rinfrancati nel fisico e nello spirito riprendiamo a pedalare lungo i 40 km di

pista che portano al pueblo di  El Chalten

 

         

 

El Chalten è un piccolo villaggio turistico sorto troppo in fretta alle falde di alcune delle più belle montagne delle Ande

Patagoniche Australi. Chalten –la montagna che fuma, in lingua aonikenk è ai giorni nostri volgarmente chiamata Cerro

Fitz Roy, maestosa piramide di granito, sfida estrema di alpinisti intrepidi. Poco distante il Cerro Torre è un dente di roccia

e ghiaccio dalle pareti verticali, ossessione e incubo, oggetto del desiderio, fonte di polemiche e discordie, signore della

vita e della morte per tutti quelli che cercano di aggrapparsi al vuoto per violarne la cima. Due lunghe camminate ci portano

ai piedi di queste imponenti montagne, 7 ore e 22 km per la Laguna Torre e 8 ore e 20 km per la Laguna de los Tres ai piedi

del Fitz Roy. Ripartendo da El Chalten, già all’uscita del villaggio, facciamo conoscenza con un nuovo compagno di viaggio

 

          

 

el viento, il vento. Lungo i 75 km della nuova strada asfaltata saremo sospinti a 30-40 km/h quasi senza pedalare, senza

sforzo, praticamente il paradiso per un cicloturista. I chilometri sfilano veloci sotto le nostre ruote, ma al cruze con la

Ruta 40 cambiamo bruscamente direzione e ci ritroviamo con il vento di fronte. Gli ultimi 8 km della giornata diventano

lunghissimi e faticosissimi. Accampiamo presso il lago Viedma dove ci è anche possibile fare rifornimento di acqua.

Dopo i verdi paesaggi ricchi di acqua della Carretera Austral ci ritroviamo in un ambiente secco e arido, solo bassi arbusti

spinosi e ciuffi di erba paglia punteggiano la pampa e le colline fino all’orizzonte. I punti di rifornimento di acqua diventano

rari e distanti tra di loro, occorre prevedere e trasportare sempre una riserva sufficente ai nostri minimi bisogni.

Soprattutto perchè gli imprevisti sono sempre in agguato, alla locanda Rio la Leona la pompa dell’acqua è guasta e ci sono

 

           

 

altri 12 km da percorrere prima di potere riempire le borracce. Diventa utilissimo il filtro che trasportiamo per purificare l’acqua

di un piccolo rio che attraversa una fattoria, del lago Viedma o del rio Santa Cruz . Dei 220 km tra El Chalten e El Calafate

temevamo soprattutto gli ultimi 32 da percorrere verso ovest, ovvero controvento. Ma questa mattina la Pachamama ci è

favorevole e siamo a destinazione a mezzogiorno, una vasca per la via centrale di El Calafate e poi subito a mangiarci una

bella e fresca insalata, mai trascurare il fattore vitaminico durante un lungo viaggio. Non parleremo naturalmente del cordero

 patagonico asado – agnello arrosto, della cena… El Calafate è ormai diventato il buco turistico della Patagonia argentina,

interi bus di turisti frettolosi sono ogni giorno vomitati per pochi minuti davanti al ghiacciaio Perito Moreno e noi decidiamo

di restare con i bei ricordi di tre anni fa. Riprendiamo la strada e per 100 km filiamo in senso favorevole al vento. La media

oraria è elevata, una salita di 8 km ci porta sulla Meseta Vizcachas e ci lascia in completa balia del vento che soffia freddo

dalla cordigliera. Non c’è un riparo per chilometri e per potere pranzare frettolosamente siamo costretti a raggomitolarci in un

avallamento del terreno. Sopra le nostre teste volano alti e indifferenti quattro cóndores, signori dei venti e del cielo. Al posto

fisso di viabilità di El Cerrito ci fermiamo per fare scorta di acqua potabile. Sono le 17.00 quando bussiamo alla porta, l’attendente

viene ad aprirci infastidito, ci dice che stava riposando ma è in evidente stato di ubriachezza. Riempiamo la tanica e le borracce

e lo lasciamo a smaltire la sua sbronza. Campeggiamo su di un lato della ruta 40 che si perde infinita verso l’orizzonte.

 

         

 

Gli incontri in questa zona sono rari, il vuoto e la solitudine sono padroni, il vento qusta mattina tace e il mondo diventa

surreale. Avanziamo quasi con circospezione, come se qualcosa di terribile dovesse succedere. Incrociamo ñandus, volpi,

guanacos, pecore e lagune con fenicotteri rosa e varie speci di uccelli. Isabelle è affascinata e, allo stesso tempo, intimorita

da questo mondo di grandi spazi che non conosceva. Passiamo una seconda notte al lato della ruta 40 –ma perchè al lato?,

semplicemente perchè in questa zona della Patagonia, tra il cielo e la terra ci sono solo la strada e gli alambrados, i recinti di

filo spinato che corrono infiniti verso l’orizzonte. Arriviamo alla frontiera, Cancha Carrera sul lato argentino, Villa Cerro Castillo

sul lato cileno a 58 km da Puerto Natales. I primi 10 sono controvento, con polvere e sabbia che ci viengono gettati in faccia.

Fatichiamo non poco per arrivare all’imbocco della vallata dove il vento ci dovrebbe favorire ma qui stanno lavorando per

asfaltare la strada, camion e ogni tipo di macchinario, sabbia, sassi e polvere rallentano molto più del previsto il nostro avanzare.

 

         

 

Quando Isabelle rischia di farsi investire dall’ennesimo camion decidiamo di cercare un posto per la notte e lasciare all’indomani

gli ultimi 26 km. Mentre ispezioniamo un boschetto un signore sul suo pick-up ci offre un passaggio fino a Puerto Natales,

ci sembra una scortesia rifiutare e invece di campeggiare con il vento e sotto la pioggia ci ritroviamo, tre ore dopo, al ristorante

El Maritimo sul Seno Ultima Esperanza, il fiordo Ultima speranza. Davanti abbiamo una bottiglia di birra Austral, una bottiglia di

Gato Blanco Sauvignon 2000 ed un succulento salmon a lo pobre, un generoso trancio di salmone alla piastra, cipolle saltate,

uovo e patatine fritte… buen provecho!

 

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